Notizia del 14/12/2013

Corriere Della Sera - Oltre I Luoghi Comuni 


Finti ciechi, Brescia virtuosa
«Tra noi nessun truffatore ma tanta gente che cerca il riscatto con lo sport»

Un cieco che conta i soldi perché li riconosce al tatto. Uno studente non vedente che legge la posta elettronica al computer con una tastiera braille. Un ipovedente lieve che riesce a camminare senza bastone. Da una parte la tecnologia, dall’altra le tante associazioni che insegnano ai non vedenti a vivere in modo più autonomo possibile.
Il risultato però è quasi paradossale. Le persone ipovedenti lavoravano, camminano e si muovono per la città con una disinvoltura tale che «spesso ci accusano di essere dei falsi ciechi», sostiene Sandra Inverardi, presidente della sezione bresciana dell’Unione dei Ciechi e Ipovedenti (UICI). L’associazione, che conta più di mille iscritti, teme che nell’opinione pubblica si sia creata una specie di pregiudizio. “I falsi invalidi esistono, ma non si tratta di un fenomeno così esteso”, sottolinea Claudio Romano, della direzione nazionale. E se in tutta Italia,
con 350 mila ciechi, le persone non conformi ai certificati che avevano in tasca erano il 3-4%, «i casi accertati, qui a Brescia, si contano su una mano». Su 2.140 persone che ricevono un’indennità
per disabilità visiva, «il 70%è stato chiamato per fare accertamenti sulle false invalidità», spiega Romano.
E mentre alcuni ipovedenti si vergognano di camminare con il bastone, ci sono persone cieche che vivono fino in fondo la loro vita.
Come Piera Loda, 46 anni, che dal 1987 lavora come centralinista alla Camera di Commercio di Brescia. Usa il pc, trasferisce le telefonate, fornisce chiarimenti. «Il lavoro è quasi un bisogno sociale», dice Piera. Che ha una grande passione per lo sport, in primis per lo sci. Nel 1998 ha partecipato alle paralimpiadi di Nagano, in Giappone, ha imparato a «scendere» quando non ci
vedeva quasi più. «Sciando si ha una sensazione di leggerezza», confessa Piera, convinta che lo sport sia stato un grande stimolo per la sua vita. E quando nel 2003 si era rotta tibia e perone, non ha abbandonato la sua passione: «dopo sei mesi sono tornata sugli sci, altrimenti non avrei più vinto quella paura».
Matteo Trebeschi