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LA RACCOLTA FONDI. Il racconto di chi è costretto a ulteriori sacrifici causa Covid e il sostegno possibile con la donazione Cofanetti di dolcezza in aiuto dell'Unione ciechi e ipovedenti

 
Il mancato contatto fisico imposto dalla pandemia ha aumentato il disagio di chi ha bisogno del tatto per orientarsi e svolgere molte attività quotidiane 
IRENE PANIGHETTI 
 
In questi tempi così duri le persone ipo o non vendenti devono affrontare sfide in più rispetto ad altre e cercano di farlo senza perdere la tenerezza né la dolcezza. Proprio la dolcezza è ciò che offre la sezione bresciana dell'Unione ciechi e ipovedenti (Uici) con la raccolta fondi basata sull'acquisto di golosità a basso prezzo. Contattando Uici (030 2209413/425) è possibile prenotare, al costo di almeno 9 euro, un cofanetto contenente quattro confezioni da 100 grammi ciascuna di cioccolato di vario tipo. PER FESTEGGIARE il centenario dell’associazione è stata lanciata l'iniziativa «Gusta e vinci»: un cubo, da 10 euro in su, in plexiglass che contiene gelatine di cui alcune avvolte in un biglietto vincente (in palio trattamenti di bellezza, libri, buoni acquisto...). È un modo per sostenere chi ha dovuto mettere completamente in discussione il proprio modo di vita quotidiano: per chi ha la vista ridotta, o del tutto annullata, il tatto e il contatto fisico sono essenziali per orientarsi nello spazio e compiere gesti per altri banali. La relazione è quindi ancor più essenziale e non può essere sostituita dalla tecnologia. Certo, lo sviluppo di applicazioni per telefoni e pc ormai da anni ha facilitato molto la vita di chi ha disabilità visiva, ne è un esempio la possibilità per gli studenti di effettuare la didattica a distanza. Ma i sacrifici sono grossi: lo sa bene Monica Taffi, 49 anni, nata con limitate capacità visive che da un paio di anni si sono aggravate, costringendola a sottoporsi a vari interventi per combattere il glaucoma. Lavora da casa e ha annullato i suoi momenti di incontro, trasferendoli sul web, «ma non è la stessa cosa - valuta - così come diverse sono state le vacanze estive che di solito trascorrevo con gli amici per una settimana e con i genitori per 15 giorni al mare. Quest'anno nessun appuntamento con gli amici e al mare ci sono andata solo perché mia madre ha insistito». A Piera Loda il Covid ha cambiato la vita sportiva che per lei è essenziale: «Lo sport per me ha significato la possibilità di non lasciarmi abbattere dalla perdita totale della vista, che si è verificata attorno ai 25 anni, dopo esser stata ipovedente dalla nascita. Mi ha aiutata a trovare il mio bilanciamento, il mio equilibrio». Per questo da sempre Loda pratica tante discipline: «Negli anni Novanta frequentai un corso per immersione, con diverse gite alla Maldive: non potevo vedere i fondali, ma potevo toccare i coralli, le conchiglie e poi la sensazione di libertà che dava l'acqua era incredibile». Dai mari ai monti per arrivare, nel 2014, sulla cima del Monviso o sulle nevi di tante montagne a sciare: «Davanti a me c'è la guida che mi dà istruzioni tramite un amplificatore - spiega - e pure per correre ho sempre bisogno della mia guida». Nel 2017 ha festeggiato i suoi 50 anni alla maratona di New York e pettorina e medaglia sono appese in casa sua: costituiscono uno dei ricordi più belli, soprattutto in questi mesi durante i quali Piera non ha potuto praticare i suoi sport, per lo meno non come prima: non scia dallo scorso inverno, le corse ufficiali sono sospese e non può allenarsi in palestra. «Ho steso i tappetini in salotto e, posizionando il cellulare su un apposito supporto, ascolto le indicazioni della mia trainer, mi muovo, salto, alzo pesi...mi preparo per nuove sfide».